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Come un libro può cambiare una vita

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Sono passati sei mesi dal coronamento di un vero e proprio sogno.
In questo tempo tanti mi sono stati accanto: dal mio editore, che ha creduto in me, a tutti gli amici, colleghi e conoscenti che hanno dato fiducia ai sogni di un ragazzo che lottava e lotta per diventare “grande”.
“Tra Dublino e Piazza Maggiore” rappresenta un viaggio fisico ma sopratutto introspettivo, condotto scavando a fondo nella mia vita e in quella di chi mi è sempre stato accanto. Porta il riscatto di un’età, di alcune convinzioni, di ambizioni forse celate dalla paura.

In queste pagine sono riportate tutte le mie emozioni, sensazioni e pensieri dai miei 17 ai miei 19 anni. Sono stati due anni intensissimi, di cambiamento repentino e di sconvolgimenti poco controllabili, e questo “piccolo libro” ne è la testimonianza più viva.

Storia di un sogno: la Fondazione “La Città Invisibile”

Hanno suonato persino per strada, nella speranza che le istituzioni prestassero loro ascolto, i bambini dell’Orchestra “Falcone e Borsellino”, della Fondazione “La Città Invisibile”. Esempi di cittadinanza attiva, di speranza, di vita.

I fondatori, promotori a Catania del metodo Abreu grazie all’ausilio di vari maestri venezuelani, non si danno per vinti e imperterriti continuano la loro battaglia per la legalità, l’antimafia e l’uguaglianza. Tra loro, la dott. Alfia Milazzo si racconta per diffondere la loro storia.

Dottoressa, racconti la nascita della Fondazione e dell’Orchestra.

«L’intento era creare un organismo, una struttura in cui poter accogliere quanti più bambini possibili. Pensavamo ad una sorta di orchestra comunale, ma imbattendoci più volte in consistenti attese burocratiche (come successivamente) abbiamo deciso di far da noi. Perciò, nel 2010 apriamo nei locali di un vecchio negozio di Biancavilla il primo centro. Eravamo pronti ad offrire gratuitamente le nostre competenze al servizio dei bambini più disagiati, affinché apprendessero, tramite il sistema Abreu, la musica. In pochi giorni tantissime famiglie avevano fatto richiesta: più di centocinquanta iscritti la prima settimana.»

Non vi siete fermati a Biancavilla.

«Esattamente. Poco dopo abbiamo aperto un altro centro ad Adrano, e ci siamo espansi man mano anche a San Leone e a San Cristoforo, e nel concerto di dicembre 2011 l’orchestra è stata ufficialmente battezzata “Falcone e Borsellino”. Come l’orchestra di Abreu detiene come simbolo il loro eroe nazionale Simon Bolivar, abbiamo pensato di rendere omaggio ai nostri eroi siciliani, emblema della lotta alle mafie e ad ogni forma di criminalità.»

Avete adottato il loro insegnamento includendolo nelle vostre attività?

«Proprio così: la nostra è una scuola di vita-orchestra. Di conseguenza, da quel momento, abbiamo compreso la necessità di estenderci anche su altri versanti, come la lettura, la scrittura, il gioco degli scacchi, e qualsiasi altra attività che avrebbe permesso ai bambini di sentirsi realizzati, felici. Era fondamentale includere qualsiasi cosa che permettesse al singolo bambino di evadere da una realtà negativa per approdare, invece, in una dimensione diversa, una dimensione in cui viene accettato, aiutato, accolto. Di fatto, l’antimafia è diventata il nostro comune denominatore insieme alla musica.»

I vostri bambini hanno suonato diverse volte in manifestazioni e commemorazioni antimafia. Ci racconti un’esperienza che le è rimasta particolarmente impressa.

«Era il 19 maggio 2012, e ci invitarono ad esibirci ad una manifestazione antimafia a Cefalù. Quel giorno però, fu un giorno di fuoco: tre bombe esplosero davanti l’Istituto “Morvillo Falcone” di Brindisi, intitolato alla memoria della moglie del magistrato, e perse la vita una ragazza di 16 anni. Gli inquirenti pensarono subito alla pista mafiosa, e poco prima della manifestazione si diffuse il panico. Gli organizzatori erano dubbiosi se permettere il concerto oppure lasciar perdere, finché non intervenne telefonicamente l’allora Capo dello Stato (Napolitano, n.d.r.) che disse espressamente che l’orchestra avrebbe dovuto esibirsi, per infondere coraggio. Mentre dicevo tutto questo ai bambini, uno dei più piccoli si avvicinò a me, terrorizzata, e mi disse con estrema decisione “Sai che ti dico? Andiamo a suonare. Facciamolo per loro.” Successivamente si scoprì che non vi era alcuna impronta mafiosa nella strage, ma in quel momento la paura divampava, e sentire quel bambino così audace, mi diede speranza. E mi sorprese.»

Queste sono storie capaci di cacciare ogni sconforto. Parliamo adesso dei tempi più recenti: cos’è accaduto alla vostra sede di San Cristoforo?

«Siamo stati ospitati da una parrocchia che ci ha concesso alcuni locali sotterranei che, purtroppo, non sono più agibili e necessitano di lavori e ristrutturazione. Allora abbiamo richiesto preventivamente al Comune una sede in cui continuare le nostre attività, utili a tutti i bambini e ragazzi del quartiere, e fondamentali per la riqualificazione dello stesso. Abbiamo richiesto per molto tempo il Centro Midulla, che era totalmente abbandonato, finché dopo innumerevoli richieste ad assessori e ad altre figure dell’amministrazione comunale, riusciamo ad avere degli incontri per la concessione del Midulla. Centro che, però, non era e non è nelle condizioni di ospitare dei bambini, date le sue precarie condizioni strutturali. Insomma, eravamo nuovamente senza sede.»

Come avete agito successivamente? 

«Siamo andati avanti nella nostra lotta, con bombardamento mediatico e appoggi da parte di tante testate nazionali, da tanti esponenti del MIUR e del nostro Paese, ma sembra che le istituzioni catanesi abbiano solo fatto orecchio da mercante. Dopo tante e tante proteste, siamo riusciti ad ottenere i locali della scuola sita in via Acquicella 62, concessi per cinque mesi. Un assessore ha promesso che ci sarebbe stata la proroga per permetterci di rimanere, ma ciò non avvenne, e a luglio arriva una lettera dal Comune: si sono ripresi i locali. Noi continuiamo a richiedere al Comune una sistemazione definitiva per un’ente che si è dimostrata di importanza primaria nella realtà del quartiere, e di cui tutti vedono la dedizione e i grandi risultati. Tutti, ad eccezione degli enti locali. Ma non ci fermeremo e continueremo con ogni mezzo ad insegnare e a portare avanti un modello di insegnamento capace di accogliere tutti, capace di far sentire ognuno membro indispensabile della comunità. E lo è davvero.»

L’intervista è datata ottobre 2015. La Fondazione adesso ha una sede, e porta sempre avanti gli ideali di legalità, di speranza e di impegno che costituiscono la loro essenza di scuola di vita.

EtnaRail, la monorotaia catanese dimenticata da tutti

La mobilità catanese ha avuto la crescita che speravamo: in pochi mesi, siamo quasi a 11 fermate attive di Metropolitana (le fermate Cibali e Porto saranno in funzione a breve).
Qualche anno fa, però, una monorotaia leggera faceva gran voce nell’hinterland catanese.
Stiamo parlando di EtnaRail.
Nel mese di settembre 2015 è stato approvato dalla Città Metropolitana di Catania il suo progetto preliminare: un sistema di metropolitana leggera su monorotaia che collegherà i principali paesi etnei dell’hinterland settentrionale di Catania al capoluogo [fonte: Mobilita Catania]

La proposta di realizzazione era stata precedentemente avanzata all’ex Provincia Regionale dalla Fcf S.p.A., azienda catanese specializzata in costruzioni ferroviarie, insieme ad altre imprese, ed è stata accolta dal nuovo ente attraverso un’apposita Conferenza dei Servizi. Il tutto è stato approvato dai sindaci dei comuni coinvolti, dalla Soprintendenza, dal Genio Civile e, in tempi più recenti, anche dall’Anas, poiché la monorotaia scavalcherà la Tangenziale di Catania.

L’infrastruttura aveva l’obiettivo di contribuire in maniera determinante al miglioramento della mobilità nell’area metropolitana di Catania, offrendo un servizio veloce ed efficiente in grado di costituire una seria alternativa al mezzo privato per la penetrazione al centro città dalla cintura nord dell’hinterland, potendo anche avvalersi di capilinea da realizzarsi in corrispondenza di stazioni della metropolitana pesante già esistenti. Raggiungere quest’obiettivo significava anche poter decongestionare il traffico veicolare, abbassare il livello di inquinamento delle aree interessate e innalzare il livello di qualità della vita dei cittadini.

Il progetto della monorotaia di Catania prevedeva due linee (Verde e Arancione) per un totale di 22 km con 18 stazioni, ossia la linea Verde (Pedara-Stadio) e la linea Arancione (San Giovanni La Punta-Borgo). Inizialmente era prevista anche una terza linea (Rossa) che avrebbe collegato le altre due da Mascalucia a San Gregorio di Catania, con 2 fermate intermedie, ma al suo posto è stata proposta una linea di Brt per collegare Tremestieri Etneo alla fermata di Mascalucia. La Linea Verde, Pedara-Stadio, di 11 fermate e di 5 parcheggi scambiatori lungo un percorso di 12 km e sarebbe stata così articolata:

  • Pedara 
  • Etna 
  • Mascalucia 
  • Gravina 
  • San Paolo 
  • Fasano
  • Santa Sofia 
  • Policlinico
  • Cittadella Universitaria
  • Milo 
  • Stadio

Tale linea sarebbe stata la prima ad essere realizzata con una spesa di 260 milioni di euro, 80% dei quali attraverso fondi Por e il restante 20% a carico dei privati, secondo la modalità del Project Financing.  La Linea Arancione, San Giovanni La Punta-Borgo, di 7 fermate e di 2 parcheggi scambiatori  lungo un percorso di 10 km e sarebbe stata così articolata:

  • San Giovanni la Punta
  • San Gregorio – Autostrada
  • Trappeto 
  • Balatelle
  • Canalicchio
  • Nizzeti
  • Borgo 

Entrambe le linee prevedevano tempi di percorrenza, da capolinea a capolinea, di circa 20 minuti. In particolare, la linea verde prevedeva una frequenza di una corsa ogni 3’30” nell’orario di punta. mentre la linea arancione una corsa ogni 4’30” in orario di punta. In totale sarebbero state impiegate 56 vetture accoppiate. L’altezza della sopraelevata  EtnaRail è di circa 7 metri, con piloni di sostegno ogni 25 metri e fermate passeggeri lunghe 25 metri, a fronte di convogli costituiti da 2 carrozze per un totale di 21 m di lunghezza e una capacità di circa 200 passeggeri. Innovativo il sistema di scorrimento su travi a doppio T e pile con sezione a Y. I treni automatici, senza conducente (sistema driverless), con motori elettrici leggeri (appena 95 kg), potenti (1000 cv) e silenziosi e sarebbero stati muniti di speciali carrelli costituiti da 2 ruote per asse più sei ruote stabilizzatrici per carrello, in grado di affrontare pendenze significative e raggi di curvatura stretti. I treni sarebbero stati inoltre dotati di aria condizionata, finestre panoramiche e luci a led all’interno, con colorazioni diverse in base alla fermata di passaggio. Si stimava il flusso di passeggeri orari in circa 4-5000 unità.

Si prevedevano tempi di realizzazione in 3 anni, ma misteriosamente, da novembre 2015, nessuno ha più proferito verbo.

Facciamo un po’ di chiarezza sui finanziatori e promotori dell’impresa:

A proporre l’idea della Catania Monorail, ormai anni fa, alla provincia di Catania sono sei aziende, tra le quali spicca il nome Maltauro. Uno dei più grandi gruppi italiani di costruzioni, la cui notorietà è legata a doppio filo al nome di Enrico Maltauro, amministratore delegato prima dell’arresto nell’indagine per gli appalti truccati all’Expo 2015 di Milano. Poi scarcerato, l’imprenditore vicentino ha patteggiato una condanna a due anni e dieci mesi. Diverse prefetture negli anni hanno ipotizzato la possibile infiltrazione della mafia nell’azienda. Anche in Sicilia, dove la società ha lavorato spesso. Tutto comincia nel 2006, quando Maltauro rileva un’impresa di Genova che porta in eredità due storiche aziende catanesi: l’Ira costruzioni di Gaetano Graci e la Fratelli Costanzo spa di Carmelo Costanzo. Due imprese dei «cavalieri dell’apocalisse mafiosa», come descritti dal giornalista etneo – poi ucciso dalla criminalità organizzata – Giuseppe Fava. I magistrati catanesi si sono interessati a diversi appalti di Maltauro in città: la costruzione del centro commerciale Etnapolis affidata all’imprenditore Vincenzo Basilotta, scomparso a maggio, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa; gli affari con l’editore Mario Ciancio Sanfilippo, indagato per lo stesso reato; e i lavori per la metropolitana etnea in cui sarebbe stato utilizzato del cemento depotenziato.

Tra le sei imprese che dovrebbero occuparsi di Etna Rail ci sono anche le catanesi Betoncat e Furnò costruzioni ferroviarie. Due società diverse, ma con la prima che detiene le quote di minoranza della seconda. E non solo. Oggi a capo di Betoncat c’è Rosario Furnò. Ma, fino a dicembre 2012, la ditta è diretta da Piero Furnò, oggi amministratore unico della Fcf. Un mese prima, una maxi-operazione della guardia di finanza di Genova porta al suo arresto. In 38 sono accusati, a vario titolo, di corruzione e frode in pubbliche forniture. Nello specifico, gli scavi nell’asfalto stradale per permettere la posa di tubi del gas. Ma, come riporta il quotidiano ligure Il Secolo XIX, i lavori sarebbero stati «difformi dalle norme contrattuali» ed eseguiti «non rispettando le prescrizioni sui materiali da utilizzare». L’udienza preliminare dovrebbe svolgersi entro ottobre. A completare il quadro delle aziende che dovrebbero essere parte di Etna Rail, le catanesi Uzeda progetti – che ha lavorato all’elaborato «definitivo delle opere fognarie per la salvaguardia dell’Area marina protetta Isole dei ciclopi» – e Architecna – che ha firmato lo studio di fattibilità e la progettazione preliminare dell’ampliamento dell’aeroporto di Fontanarossa. Infine, i colossi stranieri: Alstom e Ratp Dev, due gruppi industriali francesi del settore dei trasporti.

[fonte: MeridioNews]

Perché nessuno ne parla più? Che il maestoso progetto di rivoluzione della mobilità sia svanito nel nulla? 

Nel frattempo, attendiamo. 

Catania, la città che vorremmo nel nostro domani

Ph: Roberto Viglianisi

I sogni son desideri, e i desideri spesso non corrispondono alla realtà: questo lo sappiamo bene, perlomeno da quando è terminata la fase transitoria della Disney. E’ anche vero, però, che se non è sempre possibile realizzare ciò che vorremmo, abbiamo il dovere di progettare qualcosa che possa avvicinarsi. Sopratutto trattandosi di una città.
Catania è una città di indiscussa importanza, con parecchie risorse spesso sfruttate poco o non al massimo delle possibilità. Vanno applicate determinate politiche affinché la città possa, in un certo modo, tornare ad espandersi, sotto il profilo sociale, culturale ed economico. Un tassello fondamentale è quello della mobilità. Sono stati fatti parecchi passi avanti negli ultimi mesi, sopratutto con il completamento della tratta Nesima-Stesicoro (fatta eccezione per la fermata Cibali, che a breve verrà aperta).
Ciononostante, quel che frena la città, talvolta, non è la mancanza di iniziativa, bensì la stasi di un’ampia fetta (purtroppo) di cittadini.
Oggettivamente: il catanese non è abituato a lasciare l’auto e a spostarsi tramite i mezzi pubblici. E’ un fattore culturale: i servizi degli autobus (ancora oggi il più usato dall’utenza catanese) per svariate ragioni, spesso amministrative, lasciano a desiderare, e parecchi catanesi non fanno e non farebbero affidamento ad un mezzo dell’AMT per arrivare in orario ai loro appuntamenti di lavoro come di svago. Il traffico catanese ha, senza alcun dubbio, sforato la sua capacità massima: dall’abbattimento del “Tondo”  Gioeni non è ancora stata trovata una soluzione efficace per la redistribuzione del flusso di auto per le zone antistanti la circonvallazione.
La Metropolitana rappresenta un grande passo, sopratutto per quel che concerne le prossime 12 fermate previste dal progetto della Ferrovia Circumetnea, che prevedono le estremità di Misterbianco (ed il collegamento diretto con Paternò) e l’Aeroporto Fontanarossa (preceduto da Librino). Queste stazioni sono state tutte approvate, ma alcune ancora devono ricevere i finanziamenti sufficienti: alcune prevedono solo le opere civili e non il completamento dell’impianto. Con queste fermate, però, si lasciano scoperte le zone in cui l’FCE non è operativa: Gravina, Battiati, Pedara, Mascalucia e quant’altro, in cui opera l’AST. E che dire dell’Etna Rail? Il progetto di metropolitana leggera su monorotaia che avrebbe collegato, su due linee, i comuni di Pedara, Mascalucia, San Gregorio di Catania, Gravina di Catania, Tremestieri Etneo e San Giovanni la Punta al capoluogo etneo. Si attendeva il parere dell’Università degli Studi di Catania, visto che la monorotaia avrebbe attraversato la Cittadella Universitaria, e quello dell’Anas, poiché il sistema avrebbe scavalcato anche la tangenziale di Catania. 
Delle due linee (verde e arancione) la prima sarebbe stata la verde, per un costo di 260 milioni di euro, in project financing. Questa linea avrebbe collegato Mascalucia con Catania (capolinea in via Ala) scambiando con la metropolitana presso la stazione Milo di viale Alexander Fleming. Inizialmente era prevista anche una terza linea (rossa), soppressa per l’indisponibilità del comune di Sant’Agata li Battiati. Di questo progetto, ambizioso quanto utile, non si ha più notizia dall’autunno 2015. Era stato persino realizzato un video esplicativo dell’opera, che avrebbe rivoluzionato radicalmente la mobilità dell’hinterland etneo.
Tornando alla Metropolitana, parecchi sono i cittadini, sopratutto studenti, che attendono con ansia l’ampliamento dell’orario di servizio. Al momento, è disposta la chiusura nei giorni festivi e non è previsto un servizio notturno, dato che verso le 21.30/21.45 terminano le corse. Tra le questioni irrisolte, all’appello c’è un mancato sostegno alla diffusione e promozione della cultura.
Esempio lampante è il famigerato Anfiteatro Romano, sito in piazza Stesicoro. Il maestoso monumento, che rappresenta i resti del più grande anfiteatro di epoca romana, secondo solo al Colosseo, ha solo un piccolo difetto: è chiuso la domenica.
Avete letto bene: un turista, o un catanese, durante una bella domenica soleggiata di primavera, non può entrare a visitare l’Anfiteatro Romano. Una città di quasi 400.000 abitanti che tiene chiusi i propri tesori, i propri motivi di vanto, nei giorni festivi, è una città che non ha intenzione di investire sulla promozione di sé. La mancata lungimiranza da parte degli organi competenti in materia è tale da pensare più al risparmio sui costi di gestione piuttosto che alla ricchezza culturale, sociale ed economica che apporterebbe al turismo cittadino.
Ciononostante, non possiamo demordere. Un’altra città è possibile: serve che i catanesi chiedano, ma sopratutto, che facciano. 

Occidentali’s Karma: un’intelligente critica alla cultura pop dei social

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“Ma quindi, ha vinto la canzone della scimmia?”
Questa la domanda più ricorrente tra gli italiani, al termine della 67° edizione del Festival della Canzone Italiana.
Francesco Gabbani, artista distintosi già un anno fa con il brano, anch’esso sanremese, “Amen”, ha conquistato tutti, accaparrandosi la simpatia del pubblico, della critica e dell’orchestra.
“Occidentali’s Karma” ha tutti i requisiti per essere una hit estiva da villaggio turistico, un super tormentone che accompagna per mesi e mesi, con tanto di coreografia e mascotte.
In realtà, il neo-vincitore del Festival di Sanremo voleva dire molto altro con questo brano.
E’ riuscito a superare la Mannoia, presentatasi con una canzone ascoltatissima sul web  e parecchio apprezzata (4,7 Mln di views su Youtube in 5 giorni, quasi un milione al giorno) e il giovane Ermal Meta, con una canzone che vince il Premio della Critica “Mia Martini” e che ha conquistato tanti giovani.

Cosa significa realmente “Occidentali’s Karma”?
Questa canzone si distingue per essere una divertente, ironica e scanzonata critica alla pseudo-filosofia della cultura pop dei social: Gabbani si fa beffa dei “tuttologi del web”, si interroga se l’importante sia “essere o dover essere” come impone la società, analizza le lezioni di vita che tanti cercano di impartire.
E lo fa con un’allegria e una spensieratezza fuori dal comune: ballando a fianco di un gorilla che rappresenta il nostro status, il nostro “devolversi” repentino, la scimmia, ormai nuda e spoglia da ogni sovrastruttura, scoperta nel suo vuoto.
“Piovono gocce di Chanel su corpi asettici” descrive essenzialmente la tristezza di parte della società odierna, basata sull’apparire più che sull’essere, il tutto raccontato, però, con la speranza di cambiare.
Canzone che rompe con la tradizione sanremese e conquista, a sorpresa ma non troppo, il pubblico italiano. Purtroppo, però, la maggior parte non coglierà il senso della canzone.
Comunque vada, Panta Rei, and singing in the rain…! 

Chi danneggia le strutture dell’Ateneo non merita di vivere l’Università.

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Bologna. Il Rettore dell’Università degli Studi Francesco Ubertini dispone per la biblioteca di via Zamboni 36 la costruzione di alcuni tornelli: la struttura è quindi accessibile solo per chi possiede il badge dell’Unibo. Decisione presa, come Ubertini afferma più volte, per contrastare diversi avvenimenti degradanti accaduti nelle zone di Piazza Verdi e via Zamboni.
I collettivi esprimono sin da subito forte disappunto per la decisione del rettorato, adducendo che gli spazi dell’Università debbano essere liberi e accessibili da tutti. Dopo una raccolta firme, l’8 febbraio decidono di rimuovere da soli i tornelli: coperti dagli striscioni e con le maschere, gli studenti hanno armeggiato per qualche minuto nell’area circostante, poi hanno staccato una vetrata e, in duecento circa, l’hanno portata in corteo in Rettorato. L’Unibo chiude la biblioteca di via Zamboni, in attesa di lavori per la messa in sicurezza, ma la risposta dei collettivi non si è fatta attendere. Gli studenti sono entrati nella biblioteca da un’entrata laterale, hanno fatto irruzione e aperto la struttura.
Affermano “Il 36 ora è libero”. In risposta, il rettore ha autorizzato la polizia, in tenuta antisommossa, a intervenire per sgomberare il palazzo. Vi sono stati, quindi, scontri violenti tra i due fronti dopo l’irruzione dei poliziotti nelle aule della biblioteca.
Detesto la violenza con tutto me stesso e non credo proprio che la risposta alla violenza sia altra violenza.
D’altra parte, se gli occupanti non avessero opposto resistenza, dubito che i poliziotti avrebbero utilizzato i manganelli.
A mio avviso, però, chi danneggia le strutture dell’Ateneo non merita di vivere l’Università.
Gli studenti di Bologna che hanno rimosso i tornelli hanno commesso vandalismo verso l’Università degli Studi e mancato di rispetto a tutti coloro che pagano le tasse e contribuiscono al miglioramento dell’Ateneo.
Questi rappresentanti studenteschi non stanno protestando, gridano alla rivoluzione danneggiando gli spazi degli universitari. Semmai dovesse capitare qualcosa di simile a Catania, non perderei tempo a denunciare gli interessati e a richiedere l’allontanamento dall’Ateneo. Non è protesta: è vandalismo pretestuoso travestito di rosso e offende le rivoluzioni, quelle vere.

Quando avevo 12 anni, nessuno aveva l’iPhone.

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Ricordo che quando avevo circa 12 anni, nessuno aveva l’iPhone.
Nessuno ti definiva uno sfigato se avevi pochi like nelle foto di facebook. Nessuno ti etichettava se abbreviavi le parole negli sms. Nessuno ti squadrava dalla testa ai piedi cercando la marca costosa in ciò che indossavi. A nessuno importava che tu avessi lo Stone Island, la felpa Abercrombie, il Napapijri o la cinta Gucci. Nessuno guardava se avevi tanti o pochi amici nei social. Non fregava proprio a nessuno che tu guardassi o meno “Il mondo di Patty”. Non ti giudicava nessuno se ancora non avevi la ragazza. Non venivi discriminato per la musica che ascoltavi.
Eravamo, ecco…liberi. Liberi da vincoli, da concetti precostituiti, da mode, usi e costumi, e soprattutto dal giudizio. Si era felicemente…bambini.
Si giocava insieme e si stava con un bambino o una bambina solo se ti era simpatico, non per la sua classe sociale, il suo giro di amici, o la marca dei suoi jeans.
E pensare che sono passati poco più di otto anni.

Scrivi? Non aver paura di uscire allo scoperto.

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Ci sono tanti ragazzi – a Catania e non – che avrebbero tanto da dire e da scrivere, ma restano chiusi nella loro cameretta. Alcuni hanno paura di pubblicare ciò che scrivono: temono il giudizio altrui, non vogliono rischiare, hanno il timore che non piaccia o che qualcuno possa prenderli in giro. Ne ho conosciuti tanti nell’ultimo periodo: ragazzi capaci di scrivere e di lasciare sensazioni meravigliose in chi li legge, capaci di comunicare e incidere un segno importante e unico, che purtroppo si lasciano sopraffare dalla paura.
Io vorrei tanto che questi ragazzi uscissero allo scoperto, vorrei che avessero l’opportunità che meritano, vorrei che sbocciassero e che avessero l’occasione di donare ciò che hanno dentro e che incidono nero su bianco.
Il mio sogno sarebbe un libro, una raccolta di racconti, poesie o frammenti di tanti ragazzi che, prima di allora, non hanno potuto condividere i loro scritti.
Vorrei che questo libro, questa raccolta, fosse la testimonianza e lo sprone di chi non ha ancora avuto voce in capitolo. Vorrei riunire tutti questi ragazzi e costruire insieme questa grande impresa. 

Catania non cambierà mai. Non senza il nostro impegno.

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Il catanese medio afferma che l’autobus faccia schifo, poi non paga il biglietto.
Vorrebbe le strade pulite, ma non raccoglie le feci del suo cane.
Elogia la civiltà di altri Paesi, ma in motorino non mette il casco per non spettinarsi i capelli.
“Cittadini viva Sant’Agata” dal 3 al 6 febbraio, poi bestemmia ogni giorno.
Si lamenta dell’amministrazione, all’elezioni vota lo stesso sindaco.
A Catania c’è tanta gente per bene, oscurata da chi porta il degrado nella nostra città.
Quando capiremo che le cose non cambiano senza rimboccarsi le maniche, faremo un grande passo in avanti.

Perché la Metropolitana è il riscatto di Catania – Riflessioni di uno studente catanese

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Abitando in via Etnea alta, utilizzo la Metropolitana da quando ho 14 anni, dalla fermata Borgo. L’ho sempre trovata comoda, e da quando studio Economia sono sempre andato a Palazzo delle Scienze in 3 minuti di metro.
Sono appena sceso dal treno. Ho impiegato meno di 8 minuti per andare da Piazza Stesicoro al Borgo, attraversando le fermate della città. Prima la Metropolitana chiudeva alle 20.30, ora l’ultima corsa è alle 21.40. Oggi, entrando dalla fermata Stesicoro e vedendo la fermata Giovanni XXIII, mi sono sentito in un’altra città. La tratta, completata a marzo, sarà Nesima, Cibali, Milo, Borgo, Giuffrida, Italia, Galatea, Porto, Giovanni XXXIII (stazione) e, in fine, Stesicoro. Presso quest’ultima, ho visto gigantografie e piantine di quel caro Anfiteatro Romano che con Catania Care abbiamo riqualificato ad aprile, e avevo il cuore a mille. In questi ultimi anni tanti mi hanno dato del pazzo, adducendo che la metro a Catania fosse inutile. Siamo una città sovraffollata, con un traffico e una concentrazione al limite della tolleranza. Oggi torno a casa sempre con lo stesso vagone; il Borgo è sempre lo stesso, la Metro c’è dal 1999 e io come nel 2010 continuo a prenderla. La città, però, può essere diversa. Scendete sotto terra e vedete voi stessi. Dopodiché lasciate le macchine, fate una bella passeggiata e godetevi la metro. Non perdete la pazienza nel traffico e sperimentate il nuovo. Non è mai troppo tardi per migliorare.

 

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